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Sono parole che si dicono

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”L’etimologia delle parole mi ha sempre affascinato e trovo che ci sia una grande spiegazione d’esistenza nello scavare in una lingua come quella italiana. Ho accolto con molta gioia di partecipare a questa giornata in un festival che ha come slogan ‘Le parole valgono’. Le parole valgono moltissimo, possono essere pietre, ma anche pane di cui nutrirsi”.

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Vinicio Capossela al Festival della lingua italiana – Lecco 4 – 6 ottobre 2019

Così ha detto Vinicio Capossela, lo scorso 5 ottobre, nel corso del suo intervento alla prima edizione del Festival della lingua italiana promosso da Treccani e dal Comune di Lecco.

La prima e più immediata considerazione, squisitamente personale, riguarda il fatto che adoro quest’uomo, e il suo dire mi dá conferma del motivo dell’adozione, oltre ovviamente alla musica.

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Dal film Palombella rossa

Mi fermo poi a riflettere sulll’ormai abusata importanza delle parole. Che le parole siano importanti oramai lo sappiamo tutti, credo che a ognuno di noi sia capitato di affermarlo almeno una volta nella vita, citando o no Nanni Moretti.

 

 

L’origine di “parola” ci riporta al greco παραβολή,  parabolè, fino al latino parabola e poi al latino medievale paràula. Il senso si ricollega dunque all’unione di  para, accantoballo, metto. La parola mette a confronto, riconduce al significato, spiega la realtà concreta e quella intangibile, comunica ciò che altrimenti sarebbe non comunicabile, è il tramite che consente agli uomini di confrontarsi e riconoscersi.

Certo che le parole sono importanti.

Eppure mi è accaduto, in questi ultimi tempi, di pensare che si tratta soltanto, di solito, di parole che si dicono. Ho ripensato a tutte le volte in cui ho attribuito l’importanza che ritenevo giusta alle parole pronunciate da qualcuno, tenendo a mente quelle parole, facendone magari insegnamento o monito, oppure garanzia di promessa, per poi scoprire che chi le aveva pronunciate – magari anche sul momento con la solennità di un rito – le aveva poi addirittura dimenticate, liquidando l’argomento con un “Sono parole che si dicono”.

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Ottone Rosai – Conversazione

 

Sono parole che si dicono, a volte con leggerezza. Ma c’è un momento per tutto, anche per la leggerezza, e non si possono spacciare per leggere parole che hanno avuto un peso fondamentale, come il peso dei sentimenti, delle azioni. O come il peso, croccante e profumato, del pane. Perché ha ragione Capossela, le parole possono essere pietre ma anche pane. E pane io desidero che continuino a essere. Per me.

Si chiamava anche Calogero e non voleva morire

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Nel 1925 Porto Empedocle era un piccolo borgo marinaro. Niente a che vedere con la cittadina di adesso, fatta di palazzi e di frazioni che si dilatano e aumentano di numero a vista d’occhio. C’erano soltanto poche case poste a corona attorno alla curva che fa il mare, e soltanto campagna sulla collina che sovrasta la costa.
In un paesino così il 6 settembre del 1925 nacque un bambino che sarebbe stato conosciuto da tutti come Andrea, ma che si chiamava anche Calogero. Calogero, come il santo nero che protegge il paese espropriando nel culto e nella devozione il legittimo patrono, quel San Gerlando che fu vescovo della città di Agrigento. Calogero l’eremita, Calogero che si prodigava per i poveri, Calogero extracomunitario ante litteram sulle coste della Sicilia.
In quel nome, prima che in ogni altra cosa, io leggo tutta la sicilianità di Andrea Camilleri. Chiamarsi Calogero, tra gli abitanti di Porto Empedocle, rappresenta un marchio doc di origine certa: chi ha questo nome può provenire al massimo, se non direttamente dalla Marina, al limite da qualche paese del più stretto circondario. Camilleri era, dunque, siciliano e marinisi fino alla radica, come forse avrebbe detto lui, ma ha caratterizzato la sua vita e la sua scrittura – al pari di come, per altre strade, fece Leonardo Sciascia – dalla grande capacità di trasferire il microcosmo nel macrocosmo, di utilizzare il proprio personalissimo osservatorio come lente d’ingrandimento di una realtà che ci interessa tutti, proprio in quanto appartenenti al genere umano.

Camilleri se n’è andato poco prima di compiere 94 anni. Si tratta senza dubbio di un’età veneranda, di quelle che fanno dire a chi resta: “Beh, la sua vita se l’è fatta, è stata lunga e piena, non si può lamentare”.

Non ho mai compreso i ragionamenti che sottendono certe clausole assicurative quando, ad esempio, modificano i premi in base alla cosiddetta speranza di vita. Del resto, una persona giovane che muore desta sentimenti più tristi perché, si dice, aveva ancora tutta la vita davanti. Ma davvero il valore di un’esistenza si misura nei termini delle cose da fare in nuce? Non vi sono forse esistenze fatte di trascinamento, di vuoto, di indifferenza verso ogni bellezza, di inutilità dello stesso vivere? Si possono mettere su un piatto della bilancia esistenze così avendo come contrappeso solo la consistenza di un’età anagrafica avanzata? Questo mio dubbio rappresenta ovviamente un’iperbolica provocazione, ma davvero mi chiedo se non sbagliamo tutto nell’attribuire un sistema valoriale rigido a una sostanza così duttile e complessa quale è l’esistenza umana.

Mio padre ha in comune con Camilleri il luogo e l’anno di nascita. Quando ha saputo del suo ricovero in ospedale, in condizioni gravi, mi ha detto: “Mi dispiace come se fosse un mio parente stretto”. Ecco, i 94 del Camilleri uomo, prima ancora che artista, contavano quanto gli anni di un giovane e responsabile adulto che abbia, anche, il valore aggiunto del talento. Non solo talento di scrittura, ma anche di parola e di pensiero. Quando Camilleri parlava ascoltarlo era un incanto. La sua lucidità di pensiero, la limpidezza del suo dire che faceva sembrare di potergli leggere dentro, ce lo facevano sentire una persona cara ed emancipata da ogni età.

Al momento del ricovero anch’io, come mio padre e come tanti, ho provato una stretta al cuore. Poi c’è stato il silenzio. Mentre tutti aspettavamo l’imminente notizia, si sono susseguiti giorni e giorni durante i quali niente più si è saputo, anche in virtù della legittima richiesta di silenzio stampa da parte della famiglia.

Durante quei giorni mi sono chiesta se Camilleri sentisse e sapesse cosa stava accadendo. E mi sono ricordata delle sue tante considerazioni sulla morte: l’ineluttabilità, la dovuta messa in conto, la serenità della sua attesa. Eppure in quei lunghi giorni ho immaginato un Andrea Calogero ragazzaccio lucido e tenace.

Sapere che prima o poi si muore e accettarlo non significa desiderare di morire, neanche a 94 anni. E il mio personale Camilleri, quello a cui ho voluto dare pensieri e sentimenti immaginari, ha perso tempo a morire, ha ritardato il momento finché ha potuto perché, nonostante la sua vita se la fosse fatta, nonostante quella vita fosse stata densa e piena, di morire non ne voleva proprio sapere.

I luoghi di Jeanne / 1 – Rue Amyot

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Alla fine l’ho fatto. In questi giorni ho più volte pensato che spesso volere è potere. Spesso, se non sempre addirittura. Avevo promesso a me stessa che sarei andata a trovare Jeanne Hébuterne, nella sua Parigi. E l’ho fatto. Da brava bastian contraria quale sono, prima ho scritto di lei e poi sono andata a visitare i suoi luoghi. Ho così potuto provare la straordinaria sensazione di riandare su percorsi già fatti, visitando luoghi che in realtà non avevo mai visto prima.
Per raggiungere il mio obiettivo ho dovuto fare e affrontare cose che non avevo mai fatto e affrontato e ho scoperto in me una naturalezza che non avrei mai immaginato. Potenza della determinazione.
Sono partita con la migliore compagnia che potessi desiderare, un’amica che ha visto nascere in me l’interesse per la piccola Jeannette, che ha seguito il mio percorso mentale ed emozionale condividendolo, che per prima ha letto le bozze del libro quando ancora libro non era. Un’amica che, come me, si è innamorata della silenziosa e schiva ragazza parigina vissuta un secolo fa.
Abbiamo scelto Montparnasse come luogo di residenza del nostro fugace viaggio. Non a caso, ovviamente. A Montparnasse si è sviluppata la breve vita di Jeanne, lì ha studiato pittura, lì ha incontrato Modigliani, lì è andata a vivere con lui. Non molto distante – nel Quartiere latino, alle spalle del Pantheon –  Jeanne ha abitato con i genitori e con il fratello, in quella stessa casa che l’ha infine vista porre termine ai suoi giorni. Proprio dal luogo che, come in un circolo, ha costituito l’inizio e la fine di questa storia disperata noi abbiamo iniziato il nostro percorso: Rue Amyot.
Abbiamo girato tanto prima di trovare la strada. Avevo lasciato la mappa di Parigi in albergo – chissà che significati reconditi si possono attribuire a certe dimenticanze! – ed eravamo senza connessione internet. I parigini sono di una gentilezza disarmante, disponibili a dare informazioni dettagliatissime, ma nessuno conosceva rue Amyot.

Povera Jeanne, dimenticata da Parigi e dal mondo. 

Sentivo che eravamo vicine, girando incrociavamo con lo sguardo l’imponenza del Pantheon, attraversavamo strade che sembravano tutte uguali. All’improvviso, a un incrocio, la targa su un muro: Rue Amyot. Mi sono voltata a guardare la mia amica; aveva le lacrime agli occhi, esattamente come me. Ci sono emozioni apparentemente inspiegabili… Camminare sulle strade di Jeanne, raggiungere quella strada, fermarsi a osservare quelle finestre…

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“Jeanne si guarda attorno, posa lo sguardo sulle sue consuete, tranquille, amate cose. Su una cassapanca è poggiato il violino, ben riposto nella sua custodia. Sul tavolo
i libri di russo che ha da poco iniziato a studiare; accanto, la ciotola con le pietre che si diletta a impilare, per farne collane. Ci sono le tende alla finestra, c’è un calore confortante e, sparsi un po’ dappertutto, gli strumenti dell’arte che sta scoprendo di amare: la pittura. Non c’è sofferenza in ciò che la circonda”.

Accadeva tutto in quella casa al quinto piano, le sue ore felici da bambina, i suoi sogni, le sue speranze. Ma anche i suoi dissapori con il padre, con quell’uomo severo che mal tollerava  l’amore della sua figliola per quell’artista da strapazzo, italiano, ebreo, senza dimora fissa e senza reddito, che chissà che cosa mandava giù oltre all’alcool, che forse era anche malato.

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Alzo gli occhi alle finestre e immagino Jeanne che si prepara per andare all’Accademia, la cartella dei disegni sotto braccio.
Alzo gli occhi alle finestre e vedo Jeanne che chiude dietro di sé la porta di casa, per trasferirsi definitivamente in rue de la Grande Chaumiere, insieme al suo Dedo, e contro tutti.
Alzo gli occhi alle finestre e vedo un cielo nero di gennaio, e Jeanne ritta sul davanzale.

“Jeannette, quindi, in questo momento terribile viene riaccolta a casa. Non sappiamo che cosa accadde dentro quell’abitazione di rue Amyot, n. 8 bis. Non sappiamo che cosa i quattro membri della famiglia si dissero. Sospettiamo che Jeanne possa aver reso noti i suoi intendimenti, perché di fatto quando la ragazza venne messa a letto si pose a vegliarla suo fratello. Ma Jeanne era tenace e rimase tale fino all’ultimo. Aspettò pazientemente che André si addormentasse e all’alba aprì la finestra e si lasciò andare nel vuoto.
Di schiena.
Erano le tre del mattino del 26 gennaio 1920.”

Abbasso gli occhi sul selciato e la piccola Jeannette è lì, ormai immobile, una gamba spezzata, un bambino in grembo che, incolpevole, è volato con lei.

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Il portone si apre e ne escono due ragazzi. La mia amica li blocca. “Excusez-moi, c’est la maison de Jeanne Hébuterne?” chiedo con il mio stentatissimo francese.
“La jeune fille qui s’est jetèe?” Risponde uno di loro. “Oui, cela”. E sorride.
Restiamo ancora un po’ lì, ognuna di noi due a sussurrare a proprio modo una preghiera. Poi piano piano andiamo via, con riluttanza ma anche con la consolazione di aver trovato qualcuno per cui la nostra Jeannette non sia del tutto sconosciuta.
Il viaggio continua.

Si potrebbe ascoltare Battisti

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felicia peppino

Il mare non si ferma: resiste. Le onde continuano a bagnare la riva. Qualche piccolo pesce, forse, starà tentando inutilmente di fuggire dai denti di uno squalo. Ma si sa: pesce grande mangia pesce piccolo. L’immensa distesa d’acqua salata non fa eccezione: non sempre le leggi sono giuste.
Resiste anche il sole, in Sicilia. Oggi sembra voler spaccare le pietre, sembra voler sposare l’aria primaverile che avvolge le case, che avvolge le strade, che avvolge i visi e le menti delle persone, impedendo loro di ricordare e permettendo loro di attribuire al caldo la colpa della scarsa memoria.
Resiste anche mamma Felicia, a Cinisi. Resiste e non piange, non urla, non tace. Resiste e si muove, resiste e racconta.
Fa buio più tardi del solito, in realtà sembra non voler far buio mai. Sembra voler essere un giorno infinito, sembra non voler far dormire nessuno. Si potrebbe ascoltare Battisti, stasera: solo per assaporare quella giusta dose di malinconia, quella giusta dose di tristezza profonda in grado di far quasi dimenticare la rabbia, soltanto per pochi minuti, solo per pochi lunghissimi minuti.
Felicia è seduta e ricorda: ricorda Peppino, ricorda se stessa, ricorda nonostante il caldo che avvolge le menti di tutti. Felicia si guarda allo specchio, senza notare i capelli fuori posto o la giacca abbottonata male. Felicia si guarda allo specchio e nota soltanto la stanchezza degli occhi e il volto distrutto.
Si potrebbe far ascoltare Battisti a chiunque, stasera. Questo farebbe la radio se solo qualcuno avesse il coraggio di accenderla, dopo le recenti “trasmissioni schizofreniche”; questo farebbe la radio se solo fosse una sera come tante, non carica di una tensione struggente e dolorosa; questo farebbe la radio se solo Battisti non avesse una voce in grado di arrivare dritto al cuore in pochi minuti.
Ma non c’è tempo per sentire la radio: nessuno ha il coraggio di accenderla, nessuno ne ha voglia e infine, del resto, la voce di Battisti arriva dritto al cuore in poco, pochissimo tempo.
Non c’è tempo per sentire la radio: son tutti di fretta, hanno tutti da fare.
Nessuno si ferma: il mare resiste, il sole resiste, Felicia resiste, resiste e racconta, resiste e si guarda allo specchio, resiste e non piange, non urla, non tace. Resiste ed osserva le stelle.
Si potrebbe ascoltare Battisti stasera, lo si potrebbe ascoltare fino alla nausea, fino allo sfinimento. Si potrebbe piangere e sorridere in eterno. E’ la sera del 10 maggio 1978 e Felicia, stasera, ha iniziato a resistere.

Sara Vignanello

Dentro la tasca di un qualunque mattino

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gianmaria testa

Mentre scrivo di un cancro che mi ha quasi aiutato a trovare la strada, scopro che un altro cancro malefico si è portato via uno degli autori che ho amato e che amo di più, in assoluto. La morte di Gianmaria Testa mi coglie di sorpresa, anche se sapevo della malattia, anche se era prevedibile, anche se era naturale aspettarselo. Però avevo fermamente – e follemente – creduto al suo coraggio, alla sua tenacia, alla sua resistenza attiva, alla sua voglia di vivere. Avevo voluto credere che ce l’avrebbe fatta, che avrebbe vinto.

Percepisco l’assenza. Una delle prime cose che penso è che nulla più della sua poesia potrà regalarci. Poi penso a chi mi ha fatto conoscere le sue canzoni, a un periodo della mia vita che non c’è più. Tutto passa. Ancora, penso a mia figlia e al gioco che facciamo ogni tanto di contare i concerti a cui abbiamo assistito, gli artisti che ancora ci mancano.

Gianmaria Testa manca. Mancherà, continuerà a mancare. So però che  porterò dentro la tasca di un qualunque mattino il ricordo del poeta ferroviere, presenza discreta, intelligente e profonda. Esattamente com’era lui.

 

 

Jeanne e le costole intrecciate

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Mi è stato chiesto:
“Ma è un romanzo?”
“No, non è un romanzo, anche se ha delle parti romanzate”.
“Allora è un saggio…”
“No, non può neanche definirsi tecnicamente un saggio, anche se del saggio ha la struttura”.
“Allora cos’è?”
Bella domanda.
E’ una storia narrata, ma non solo.
E’ una visione al femminile, senza però perdere di vista l’ottica degli uomini e mantenendo l’osservazione sulle relazioni.
Vinicio Capossela, che con la sua “Modì” è responsabile della nascita di questo libro, in un’altra canzone dice: “E gli uomini e le donne come talpe cieche le costole continuano a intrecciare”.
Ecco cos’è Di Schiena: è la storia di costole intrecciate, del bisogno d’amore che spinge anche a farsi e a fare del male, di fragilità che si incontrano e provano a costruire la propria storia e la propria vita come possono e come sanno. E’ una storia fuori dalla dimensione spazio-temporale, perché è realmente accaduta un secolo fa, ma continuiamo a vederla interpretare, con mille varianti e mille sfaccettature, nel nostro tempo e nei nostri luoghi.

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Purché sia sconosciuto e lontano

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Due fatti tragici,  anche se di matrice diversa,  nelle ultime ore  hanno procurato grande turbamento in Europa.   E hanno provocato grande turbamento in me,  e non solo per la drammaticità dei fatti.
Muoiono tredici ragazzi in Spagna a causa di un incidente stradale. Glisso sul fatto che si scatena un’accesa discussione sulla validità e sull’opportunità dei progetti Erasmus,  come se proprio l’Erasmus sia stato causa dell’incidente,  e non una fatalità che può arrivare sempre e comunque. Mi dà da pensare,  soprattutto,  la fatica che ho fatto a capire – dalle notizie che arrivavano dagli organi di stampa e dai social – che le vittime erano tredici e non sette.  Perché sette erano le ragazze italiane coinvolte,  sette storie raccontate,  sette foto pubblicate, sette preghiere levate al cielo.
Ieri mattina i fatti di Bruxelles,  pur nel doloroso stupore e nel senso condiviso della paura,  mi hanno riportato alle stesse considerazioni.  Ogni giorno, per guerre e contrapposizioni,  per conflitti pseudoreligiosi o migrazioni che anche da tali conflitti derivano,  muoiono centinaia e centinaia di esseri umani.  Ma le decine di morti di Bruxelles ci risuonano nell’intimo.  É comprensibile,  abbiamo il senso del pericolo talmente vicino che ci sta un attimo a diventare paura concreta. E il turbamento non arriva più all’improvviso,  te lo aspetti, ti alzi la mattina avendolo messo in conto,  lo senti come il fiato sul collo.
Perché noi ci diciamo europei,  e la distanza é limitata,  la matrice culturale é comune.  Più ancora che europei,  tuttavia,  ci sentiamo profondamente italiani,  perché la prima domanda che affiora,  e non solo tra la gente comune,  é se ci siano connazionali tra le vittime. Vogliamo sentirci europei,  ma il provincialismo ci sommerge.
Mi chiedo se il problema sia il mio,  che non riesco a vivere  forse il senso dell’appartenenza.  Io appartengo al genere umano,  e se un uomo muore provo tristezza.  Se muoiono tanti uomini provo sgomento,  e il mio primo pensiero non è chiedermi a quale nazionalità appartengano.  Mi chiedo immediatamente se sono coinvolte persone a cui voglio bene,  perché per fortuna le persone si spostano e anche gli amici,  purtroppo,  possono trovarsi in luoghi che neanche immagini e che diventano all’improvviso motivo di timore e di terrore  condiviso.   Non ho che farci,  é più facile che mi si colpisca negli affetti che nella cittadinanza.
Per questo se chi muore é uno sconosciuto,  per me non diventa meno lontano se scopro che si tratta di un italiano.
Se un cittadino del mondo muore,  se centinaia di cittadini del mondo muoiono,  vittime innocenti di cause ingiuste,  non mi chiedo da dove provengano. Mi chiedo solo un perché che è destinato a restare senza risposta. 
Ma forse aveva ragione Montale: se uno muore non importa a nessuno purché sia sconosciuto e lontano.

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