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Le cose che fischiano sono vive

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tazza di caffè

Il mio racconto che ha recentemente vinto il Concorso letterario nazionale “Raccontami, o Musa…” organizzato dall’Associazione culturale Musamusia.
Posso soltanto aggiungere ancora una volta che mi sento onorata.

Non esiste separazione definitiva
finché esiste il ricordo
Isabel Allende

Perduto amore mio,
non ti ho mai scritto e neanche adesso ti scrivo, tanto sia io che tu sappiamo che sarebbe inutile, ormai.
Ti penso però in forma di lettera, quasi a far finta che io possa davvero spedirla –  tra qualche minuto, domani o tra un anno –  e tu possa davvero riceverla.
Perché tu, che sei filo invisibile e fischio del treno, ti sei piantato prepotentemente al centro dei miei pensieri, fiore spinoso e arido, e io non ho mai saputo scacciarti. Non ho voluto.
Chiudo gli occhi e ascolto il mio respiro. Sembra normale adesso, un sali e scendi del petto a ritmo lento, morbido. Non durerà. Non può durare, ormai lo so.
Il fischio della caffettiera mi fa girare la testa verso il fornello. Per quasi mezzo secolo il caffè alle quattro del pomeriggio è stato il mio rito quotidiano, fatta eccezione per le volte in cui mi è stato materialmente impossibile. Tu non lo puoi sapere, non ci siamo mai incontrati alle quattro del pomeriggio. Mio marito, invece, quando in quei rarissimi casi mi sentiva lamentare della mancanza del caffè, ogni volta mi diceva che non sapevo fare a meno del superfluo. Tu avresti capito, ma lui no, lui non poteva capire che per me quel caffè non era per niente superfluo, era un appuntamento con me stessa.
Anche al salone, quando si avvicinavano le quattro, non cominciavo a lavorare una nuova testa se prima non procedevo con cura a mettere su la caffettiera, ad aspettare il fischio e poi offrire il caffè anche alle clienti. Infine mi sedevo con la mia tazzina in mano, mi guardavo attorno e con un mezzo sorriso dicevo:
– Mi dovete scusare, ma questi cinque minuti sono per me.
Sembravo serena allora, in quelle lunghe giornate trascorse in piedi, con il parlottio delle donne che acconciavo, con lo sciabordare dell’acqua sulle teste da sciacquare, con il rumore dei phon accesi, con gli specchi nei quali mi sbirciavo passando, quasi di nascosto.
Eppure anche allora, sempre e ogni giorno, il fischio della caffettiera mi ha riportato al fischio di quel treno e a te, disperato amore mio.

– Tornerò, Rosa, giuro che torno e ti porto via.

Ora sono qui, con la mia tazzina in mano, e guardo al di là dei vetri la pioggia cadere. Il vento fischia con tutta la sua forza, sferza e percuote foglie e cartacce, aria e acqua insieme a muovere le cose senza un’apparente direzione. Sono cresciuta in un posto di vento, il suo vigore rumoroso ha accompagnato la mia esistenza e mi mancherebbe, se non lo sentissi arrivare e parlarmi attraverso porte e finestre.
Pochi gesti, poche cose da fare nelle mie giornate. Da tanto tempo sono sola, ancora più sola di come sono sempre stata senza di te. Quel marito a cui non sono mai riuscita a volere bene se n’è andato da anni. La sua non è stata una morte indolore, nemmeno per me. Ho dovuto accudirlo per mesi e mesi, pulirlo e medicarlo toccandolo, io che provavo ripugnanza quando lui mi toccava. L’ho fatto con rassegnazione, per senso del dovere, certo non per pietà.
Del resto la mia intera vita è stato un compiere doveri, anima e corpo anestetizzati per non provare troppo dolore.

– Sorridi, Rosa – mi dicevi – sorridi alla vita e a me.

Ma come sorridere, struggente amore mio?
Chiudo di nuovo gli occhi e ritorno ragazza. Mi vestirono da sposa a diciotto anni, mi portarono all’altare e mi consegnarono a un uomo che conoscevo appena. Bisognava, mi dissero, e ancora oggi non riesco a trovare il senso di quel bisogno. Mia madre non pianse il giorno del mio matrimonio, nessuna commozione da parte sua per me, mai, nemmeno quel giorno. E non piansi io, non durante le nozze né la notte, quando quelli che dovevano essere gesti d’amore furono aggressioni fredde e feroci, un ansimare animale sopra di me, poi più nulla.
I gesti d’amore li conobbi con te, e non furono necessarie parole, non servì raccontarti il vuoto e la desolazione.

– Sorridi, Rosa. Diventi ancora più bella quando sorridi.

Il fischio mi sale leggero dal petto, quasi soltanto un sospiro un po’ più profondo, ma si placa subito. Respiro.
I primi dieci anni di matrimonio furono un continuo accusarmi di essere una buona a nulla, perché figli non ne arrivavano e la colpa era certamente la mia. Me lo ripeteva mio marito, me lo ripeteva mia madre, che morì rivolgendomi con gli occhi lo stesso, duro rimprovero: le donne sono fatte per partorire figli e se figli non ne fanno sono da considerare delle fallite. Irrimediabilmente.
Poi, all’improvviso, avvenne quello che tutti considerarono un miracolo.
Divenni florida e raggiante, i seni pieni, la pancia prominente portata in giro con una fierezza che non mi era mai appartenuta.
Ma quando mio figlio nacque io ero già triste e nessuno riusciva a spiegarsi il perché. Allevai quel bambino con un senso di possesso morboso ed esclusivo, che non ammetteva intromissioni. Fui madre attenta e premurosa, ma il velo di tristezza non scompariva: sorrisi pochi, occhi perduti a guardare lontano, orecchie tese ad aspettare il fischio di un treno.

– Sorridi, Rosa, sorridi e aspettami. Ho giurato e tornerò.

È trascorso tanto di quel tempo ormai, e tu non sei tornato. Io ho creduto ai giuramenti, ho sofferto in silenzio e ho aspettato. Ho visto mio marito morire, mio figlio andarsene lontano. Si fa sentire raramente, forse vuole punirmi per l’amorevole menzogna che neanche conosce.
Ho attraversato una vita intera, il cappotto di loden, le maniche a raglan, il tailleur doppiopetto e le spalline imbottite, i ricami sul corredino di mio figlio, i miei capelli cotonati per la sua prima comunione, la sua partenza senza ritorno con l’aereo – nessun fischio del treno per lui. E poi le conserve di pomodoro e i broccoli in pastella per Natale, la pasta al forno la domenica e la cuccìa il tredici dicembre, ogni anno le stesse cose, ogni anno sempre uguale. E tu non tornavi.
Intanto invecchio. Ho chiuso il salone di parrucchiera, ma mi sono portata con me, nel mio petto, tutti gli odori dei solventi e delle tinte. Ora il mio petto, lo stesso che tu amavi tanto, su cui appoggiavi la testa dopo l’amore, ora questo petto fischia, come il tuo treno e come la mia caffettiera.
Doloroso amore mio, ti ho visto andare via in cerca di fortuna su un treno che ti portava lontano da me. Non ho potuto neanche salutarti, sulla banchina della stazione, non piangere, non agitare fazzoletti. Tu eri la mia consolazione clandestina, da rivelare a tutti con orgoglio quando saresti tornato per portarci via, me e nostro figlio.
Per anni ho camminato sul filo della memoria. Sono stata in bilico, ma quel filo mi ha salvato dalla disperazione. Ho vissuto ricordando la felicità che fu e aspettando quella che doveva venire.
Il fischio di un treno mi ha lacerato il cuore, ma mi ha insegnato il gusto dolce dell’attesa. Il fischio della mia caffettiera, ogni giorno alle quattro del pomeriggio, ha fatto in modo che mi prendessi cura di me. Il fischio del vento, rammentandomi quali erano i miei luoghi, ha impedito che mi perdessi. Il fischio dei miei bronchi, frutto della mia storia,  mi ha ricordato che stavo respirando ancora.
Le cose che fischiano sono vive.
Solo stamattina ho saputo che non sei mai tornato perché non potevi. Incidente in fabbrica, a Dusseldorf, appena venti giorni dopo il tuo arrivo da emigrante. Qui non avevi lasciato nessuno oltre me, eri solo come adesso sono sola io, nessuno a darmi tue notizie. Adesso so che quando ti parlavo tu potevi già ascoltarmi, perché eri energia che si muove in ogni luogo, quindi anche accanto a me.
I medici mi hanno detto che quando sentirò nel mio petto un fischio più acuto e lacerante, quando percepirò quel sibilo come il preannunciarsi di uno schianto, vorrà dire che sarà l’ultimo. In quel momento sarò io a tornare da te, assoluto amore mio.
Ma oggi per la prima volta posso dire che sto bene, col mio fischio nel petto, con quello di un treno che non tornerà, con quello del vento di un inverno luminoso, con quello della mia caffettiera alle quattro del pomeriggio per chissà quanti giorni ancora.
Le cose che fischiano sono vive. E finalmente viva mi sento.
Adesso aspettami tu, tenero amore mio. Io non ho fretta di arrivare.

Wuhan, Jiayou

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La notizia di ieri riguarda un uomo che, colpito da infarto per le strade di Wuhan, non è stato soccorso da nessuno ed è stato lasciato da solo, a morire. Questo episodio fa il paio con un altro fenomeno che, al momento è quello che mi ha colpito di più di tutta la storia del coronavirus. Prima un’intera città, poi un’intera regione trasformata in un enorme lazzaretto, in un isolamento totale in cui vuoto e silenzio diventano i segni distintivi.  Strade deserte, milioni di persone chiuse in casa e panico, panico dappertutto.  Tutto racconta di isolamento, i voli sospesi, i cordoni sanitari, le mascherine, i locali boicottati, la quarantena.
La Cina sta vivendo la quarantena più grande della storia. Eppure le fonti scientifiche ci rassicurano sul fatto che l’aggressività del virus non è particolarmente alta, la percentuale di mortalità neanche, e tutto sembra dirci che abbiamo visto di molto peggio, nella storia della nostra umanità. Tutto questo non basta a tranquillizzarci. Ci chiediamo che cosa ci stanno nascondendo, quale disegno a noi ignoto ci sia dietro, o anche quale complotto. Non conosciamo ancora la gravità della situazione, ma la temiamo. Allarme non è sinonimo di allarmismo. Abbiamo reagito come chi non aspetta altro che il peggio e suona la sirena d’allarme prima ancora che il pericolo dia le sue vere avvisaglie. Abbiamo reagito come se tutti non stessimo aspettando altro che la fine del mondo. Dicono che sia normale, in tempi di decadenza. Abbiamo paura, ma la paura separa e di ulteriori separazioni certo non abbiamo bisogno. Non abbiamo proprio bisogno di interrompere quei brandelli di comunicazione umana che siamo riusciti a mantenere, in un’epoca in cui la parola d’ordine sembra diffidare, e poi difendersi, e se del caso aggredire per garantirsi una sicurezza personale ipoteticamente minacciata.

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La parola quarantena non mi è mai piaciuta. Scopro adesso, approfondendo l’argomento, che un suo sinonimo è il termine contumacia. Non l’avrei mai detto. Il contumace è, nell’accezione comune e diffusa, colui che non si presenta a processo. E in effetti l’origine della parola corrisponde, perché contumax significherebbe letteralmente recalcitrante, riottoso. Ma anche assente. La quarantena rende le persone assenti, non soltanto fisicamente. Li esclude dal mondo e, per quanto sia una misura necessaria, non smette di mettermi tristezza. Sarà perché da bambina, a causa del sospetto di una malattia infettiva che poi non avevo, ho trascorso diversi giorni in isolamento in un reparto d’ospedale e non ho mai dimenticato la sensazione di essere tagliata fuori dal mondo. Sarà che da adulta il cancro mi ha fatto vivere – insieme alla grande vicinanza delle persone amiche – anche la distanza e il freddo distacco di chi aveva paura di me. Il cancro non è infettivo, ma ho incontrato persone che avevano paura del contagio. Il coronavirus non è particolarmente aggressivo, ma non abbiamo perso un attimo ad alzare muri e costruire barricate.
Se la precauzione e l’allerta salvano le vite, il panico e la psicosi uccidono ogni rapporto umano.  Per questo guardo con tenerezza amara agli abitanti di Wuhan, che non rinunciano a cercare un contatto e che combattono la solitudine forzata incitandosi reciprocamente alla speranza e al coraggio con le loro grida da dietro le finestre chiuse.

Wuhan, Jiayou. Forza, Wuhan, gridano. So già da adesso che queste sono le parole che resteranno nella mia memoria quando tutto il marasma sarà passato. Perchè passerà. Magari per l’apocalisse dobbiamo aspettare ancora un po’.

Memoria (Parole che si dicono)

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Memoria (Parole che si dicono)

IMG_20200127_183137Recita Treccani:
Memoria (dal latino memoria, der. di memor-memoris “memore”). In generale, la capacità, comune a molti organismi, di conservare traccia più  o meno completa e duratura degli stimoli esterni sperimentati e delle relative risposte.
Io non riesco a disgiungere la parola memoria dalla parola esperienza, e non riesco a disgiungere la parola esperienza dalla parola intelligenza. Se è vero che l’intelligenza è la capacità di usare l’esperienza pregressa per non ricommettere gli stessi errori e se è vero che l’esperienza è il trattenere memoria dell’accaduto, allora non si dovrebbe usare il termine memoria con troppa superficialità.
A volte con superficialità ricordiamo lo sterminio degli ebrei, dimentichiamo di ricordare lo sterminio degli armeni, dimentichiamo del tutto di vedere stermini contemporanei, provocati da guerre o naufragi.
Se non usiamo la parola memoria con superficialità, se riempiamo le parole di significato, forse riusciamo a evitare che diventino slogan modaioli, deleteri e appiattenti.

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Raimondo Moncada

Stasera ho ascoltato Raimondo Moncada, valente scrittore e attore, nonché mio caro amico, recitare un suo monologo nel quale ipotizzava che cosa si potrebbe provare se, di punto in bianco, noi siciliani (ma ognuno può sostituire i miei conterranei con la categoria che preferisce) vedessimo violate le nostre case e le nostre cose, i nostri cari e i nostri corpi in nome non si sa di cosa. Senza motivo, senza scopo, senza senso.
L’intensità dell’interpretazione di Moncada mi ha fatto percepire direttamente sulla mia pelle l’enormità dell’orrore, il suo potere distruttivo e il fatto che nessuno di noi è esente dall’esserne vittima. Perciò mi sono tornate in mente le parole che riporto qui sotto e che, benché usate e quasi abusate, non dovremmo finire mai di leggere e di fare nostre.
«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare»

Attribuite a Bertolt Brecht

oppure

«Prima vennero per i socialisti, e io non dissi niente, perché non ero socialista.
Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi niente, perché non ero ebreo.
Poi vennero per me. E non era rimasto nessuno a parlare per me».

Martin Niemöller.

Cambando l’ordine dei bersagli il risultato non cambia.

 

Di schiena (In memoria di Jeanne Hébuterne)

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Ritratto di Jeanne Hébuterne – Silvia Conflitto, 2017

Dicono che quando furono celebrati i funerali di Modigliani ci fosse una bellissima giornata di sole. Nonostante si fosse in gennaio. Nonostante si fosse a Parigi.
Era il 27 gennaio del 1920, e la tragedia si era ormai consumata del tutto. Tre giorni prima, la notizia della morte di Amedeo aveva raggiunto Jeanne Hébuterne nella loro casa/atelier, in rue de la Grande Chaumière. La ragazza era quasi al nono mese di gravidanza, era già stato prenotato per lei un posto nella clinica presso la quale avrebbe dovuto partorire. Leopold Zborowski cercò di convincerla a ricoverarsi immediatamente, ma fu inutile. Fu fatta quindi rifugiare, per quella notte, in una camera d’albergo  in rue del la Seine. Dicono che la cameriera, la mattina dopo, avesse trovato un coltello sotto il cuscino.
Quella mattina, domenica 25 gennaio, Jeannette venne accompagnata presso la camera mortuaria per vedere per l’ultima volta il suo Dedo. Con lei c’era suo padre, che in seguito la riporto con sé a casa, in quella casa di rue Amyot che non l’aveva più accolta da quando, appena diciassettenne, aveva scelto di vivere accanto a quell’artista italiano, ebreo e squattrinato, malato e alcolista, oltre che molto più grande di lei.  In quella casa, la casa della sua infanzia, Jeanne aspettò pazientemente che tutto intorno fosse silenzio e all’alba aprì la finestra del quinto piano del numero 8 bis di rue Amyot e si lasciò andare. Erano le tre del mattino del 26 gennaio 1920. Jeanne si lanciò nel vuoto di schiena. Forse suo figlio scalciava, mentre lei si alzava dal letto, mentre apriva la finestra sull’aria gelida della Parigi invernale, mentre saliva sul davanzale. Forse averlo percepito vivo dentro di sé le avrà fatto venire voglia di proteggerlo, mentre si lasciava andare: avrà incrociato le mani sul ventre, stringendo forte per far sentire a quel figlio il meno possibile di ciò che stava accadendo; e si sarà abbandonata all’indietro nella speranza che fosse lei la prima a toccare il suolo. Oppure si lanciò di schiena soltanto per non vedere il vuoto. Oppure per girare – in segno di ultima disperata e silenziosa protesa – le spalle al mondo e alla vita che così male l’aveva trattata.

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Jeanne Hébuterne

Dicono che il corpo fosse stato raccolto da un operaio e riportato al quinto piano e rifiutato dai familiari. Di certo fu poi condotto in rue della Grande Chaumière, dove la giovane artista aveva trascorso gli ultimi mesi della sua vita e tutta l’ambivalenza del suo grande amore. Lì rimase abbandonato per tutto il mattino, in mezzo a scatole di sardine e bottiglie vuote.
Così si chiuse la storia di Jeanne Hébuterne: con un corollario post mortem che ricalcò pari pari la sua vita.
Negli stessi istanti in cui si vegliava Amedeo seppellito di fiori come un principe, Jeannette veniva avvolta in una tovaglia portata da Maria Vasselieff e vigilata durante la notte da due amici di Amedeo, che avevano soprattutto il compito di controllare che i topi non deturpassero ancora di più quel povero corpo.
Dicono che il 27 gennaio, durante i sontuosi funerali di Modigliani, ci fosse una bellissima giornata di sole. Il giorno dopo, invece, aveva ripreso a piovere. E sotto la pioggia, alle otto del mattino, si svolse il funerale di Jeannette, in presenza di alcuni amici che erano senz’altro pochi, ma sembrarono anche troppi ai familiari, i quali avrebbero voluto che la ragazza se ne andasse nel più assoluto silenzio.
Ci volle del tempo prima che il suo corpo fosse ricongiunto a quello del suo compagno, al cimitero di Père Lachaise. Ma anche in quella circostanza non le fu resa giustizia. Se andate a visitare quella tomba, leggerete sulla lapide una data di morte sbagliata, il 25 gennaio e non il 26. Ciò che più mi turba,  tuttavia, è l’epitaffio. Fianco a fianco i loro corpi, fianco a fianco le scritte. Per lui “Morte lo colse quando giunse alla gloria”; per lei “Compagna devota fino all’estremo sacrificio”.
Jeanne Hébuterne non fu solo compagna, ma anche pittrice, musicista, figlia, madre e chissà quante altre cose ancora. Saperla quasi dimenticata, o ricordata soltanto per il suo gesto disperato – che tra l’altro amplificò la gloria postuma di Modigliani – è uno dei motivi che mi hanno spinto a cercarla e a scrivere di lei. E la cerco ancora.

Preghiera in inverno (In memoria di Amedeo Modigliani)

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Preghiera in inverno                                      (In memoria di Amedeo Modigliani)

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Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

Sono trascorsi cento anni esatti dalla morte di Amedeo Modigliani, avvenuta all’Hôpital de la Charité di Parigi il 24 gennaio 1920. Il pittore era stato ricoverato per una meningite tubercolare, dopo avere trascorso giorni e giorni chiuso a casa, in agonia, lontano da tutti tranne che dalla sua compagna,  Jeanne Hébuterne.
Innamorata a mio modo di questa giovane donna, anima inquieta e valente pittrice a sua volta,  ho voluto immaginare come lei possa avere vissuto quei momenti, lei che contibuì a rendere immortale il mito di Modigliani, ma che dal mito di Modigliani fu oscurata, nascosta e dimenticata per cento anni almeno.
Mi scuseranno quindi gli estimatori dell’artista livornese se, per ricordare lui, ancora una volta  io celebro lei e qui di seguito  racconto  ciò che, secondo me, può essere accaduto nell’atelier di Rue de La Grande Chaumière nel gennaio del 1920.


Preghiera in inverno
(Questa notte, domani sarò)

L’abbraccia. Che altro può fare? Si allaccia a lui nel tentativo disperato di trattenerlo, di non farlo andare via. Dove non hanno potuto le altre donne sta riuscendo adesso la morte, con tutto il senso di ineluttabile e di definitivo che si porta dietro.
Se ne sta ferma, sdraiata accanto a lui, la pancia enorme fasciata dal maglione giallo. Quella stessa pancia le impedisce di avvolgere il suo uomo in un abbraccio che lo riscaldi e lo protegga. Lei chiude gli occhi. Lui vaneggia e delira. Lui trema di febbre e di freddo. Lei trema di paura.
Il bambino si muove.
Il letto è freddo. Dedo è freddo. Certe volte lo tocca ed è gelido, le sembra già morto. Avvicina la faccia alla sua, trattiene il respiro per capire se il suo alito ci sia ancora, se arrivi a sfiorarla. Altre notti, invece, quell’alito si è fatto sentire forte. Sono state le notti in cui lui bruciava di febbre, gli accessi di tosse lo tormentavano e le lenzuola, al mattino, erano macchiate di sangue.
Dedo, amore mio.
Non ha mai visto la morte da vicino, la piccola Jeanne. Le è toccata in sorte la visione di una morte che costituirà l’annientamento della sua stessa vita. Non può prepararsi al lutto, non può immaginare cosa accadrà dopo la morte di Dedo. Dopo Dedo, senza Dedo, nulla ancora può esserci, niente altro può ancora accadere.
Lo abbraccia, straziata da punture di dolori che arrivano da tutte le parti. L’unico motivo per cui ha vissuto negli ultimi tre anni se ne sta andando, forse se n’è già andato. Sono pochi i momenti di lucidità in cui la riconosce, in cui la guarda con quegli occhi italiani che sono ancora ammalianti, nonostante tutto. Sono occhi che ardono, in un volto in cui tutto, ormai, è diventato devastazione: i capelli si sono fatti radi, la barba incolta copre delle guance incavate, la bocca ha perso molti dei suoi denti. Amedeo soffre e delira, biascica parole senza senso, ogni tanto si altera e si agita, cerca di alzarsi a sedere sul letto, la spinge con rinnovata forza, ma poi ricade, affranto. Tossisce e sputa sangue cupo, e con il sangue l’anima. Le grandi finestre della soffitta di Rue de La Grande Chaumière si aprono su un cielo grigio. La pioggia batte forte contro i vetri, è un rumore che rende il freddo ancora più gelido.
Il bambino si muove.

ritratto di modigliani

Amedeo Modigliani ritratto da Jeanne Hèbuterne

Le torna in mente la poesia di Il’ja Ehrenburg, imparata a memoria quando era ancora bambina e il mondo sembrava sorriderle:
“Dio ha molte stelle nel suo paradiso senza nubi.
Ma io ho solo te. Resta ancora un poco, non morire.
Ti prego, non morire”.
La recita a bassa voce, la sussurra, come una cantilena, o come una preghiera.
Il bambino si muove.
Tornare a pregare, questo può fare.
Giunge le mani per alzare la sua preghiera al Signore suo Dio. È stato il Dio di suo padre, per forza deve essere il suo.
Eccola, è al Suo cospetto, con tutta la sua debolezza, con tutta la sua imperfezione, con tutta la sua umanità. È una peccatrice. Non è stata capace di essere una buona figlia, nè una buona madre. Ha deluso le persone che hanno avuto la sfortuna di incontrarla e ha deluso Lui, il Signore suo Dio.
Nessun diritto ha di pregarLo, ma ugualmente Lo prega.
Gli chiede di salvare quest’uomo. Non lo merita, ma glieLo chiede ugualmente. Gli chiede di farlo per lui e anche per se stessa, perchè senza di lui lei finisce di vivere. Non può, non può proprio. Gli chiede di lasciarglielo accanto, che riscaldi il suo fianco, che lei possa sentire il calore del suo corpo durante la notte, che le dia l’alito di vita che le necessita, che le consenta di esserci – da imperfetta, da incapace – per quella figlia che è lontana da lei e per questo figlio che è dentro di lei.
Chiede al Signore suo Dio di perdonarli, lei e lui.
Lui non è cattivo, è solo fragile, quasi quanto lei.
Al suo Signore, che è amore sconfinato, chiede adesso di abbassare lo sguardo sul suo amore per lui. È un amore terreno, piccolo e limitato, ma è tutto quello che ha.
Suo padre le ha insegnato che il Signore dovrebbe essere la sua ragione di vita. Ma – e chiede ancora una volta perdono se Lo bestemmia mentre Lo prega – la sua unica ragione di vita è Dedo.
Non tollera di vederlo soffrire ancora. Chiede al suo Dio di restituirglielo o di chiamarlo a Lui e, se così sarà, sia fatta la Sua volontà. Per lui e per lei.
E così sia.
Il bambino si muove.

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Tratto da Di Schiena – Jeanne Hébuterne Senza Modigliani., di Anna Burgio, 2016, Città del Sole Edizioni.

La passione salvifica

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La passione salvifica

la grande onda di kanagawa

La grande onda di kanagawa – Katsushika Hokusai, 1830

Io sono una abituata a conquistarsi le cose. Ormai lo so, sembra scritto nel mio destino che io debba spesso lottare per ottenere anche quelli che vengono chiamati diritti. Mai avuto niente di regalato, io. È un genere di circostanza che spesso si ripete, forse sono solo un po’ sfortunata, forse non sono mai stata capace di rivendicare nel modo giusto. E quando accade che io mi veda un diritto negato, se da un lato combatto e mi arrabbio, e non cedo e non rinuncio, dall’altro la mia visione complessiva del mondo naturalmente ne risente, anche perché ho la cattiva tendenza ad allargare lo sguardo e a paragonare la mia esperienza a quella di tanti altri. Non mi sento, insomma, l’unico Calimero della situazione,  me tapina mentre gli altri hanno vita facile. Approfitto delle mie disavventure per fermare l’attenzione su uno spaccato di società che non ci racconta niente di buono.
Del resto, che viviamo tempi bui è stato già detto, che le occasioni e le ragioni per buttarsi giù siano tante anche. Dal macrocosmo al microcosmo ci sono infiniti motivi per perdere fiducia nel futuro, per dimenticare il concetto di speranza, per fare diventare il pensiero positivo – ovviamente per chi riesce a farlo – una forzatura autoimposta per sopravvivere.
Eppure, o forse proprio per questa premessa, chi dice che le risorse vanno cercate dentro di sè non sbaglia. La spinta vitale non nasce tanto dal fare qualcosa, quanto dall’essere qualcosa. Coltivare un interesse, un obiettivo, una passione, e già solo per questo costruirsi un senso e un’identità ci permette, io credo,  di collocarci adeguatamente in uno spazio e in un luogo che diventano nostri, unicamente nostri, e quindi intoccabili.
Il naufrago sull’isola deserta, come il detenuto in carcere, ha bisogno non tanto di qualcosa da fare quanto piuttosto di qualcosa da amare. Di detenuti per il mio lavoro ne ho conosciuti tanti, e ci sono stati tempi in cui mi sono chiesta dove trovava la forza chi era condannato all’ergastolo, privato – a torto o a ragione, non entro qui nel merito – della possibilità di immaginare un futuro. Allora ho notato che c’erano due possibili strade: una era quella di nutrirsi di rabbia, di trovare la forza della resistenza nell’odio e nel risentimento; l’altra era quella di prendersi in qualche modo, in qualsiasi modo cura di sé.
Oriana Fallaci in Un uomo (Rizzoli, 1979) ci racconta la storia di Alekos Panagulis, politico e rivoluzionario greco nonché suo compagno di vita. Nel 1968 Panagulis, imprigionato a seguito di un attentato al dittatore Papadopulos, venne rinchiuso, con una condanna incombente alla pena di morte, in una cella sotterranea di due metri per tre in cui restò per tre anni e mezzo prima di essere liberato per amnistia. Come fece a sopravvivere? Ovviamente grazie alla forza del suo credo politico, delle idee di libertà e giustizia per cui si batteva. Ma anche grazie alla capacità di usare l’immaginazione e lo spirito creativo come arma per plasmare la realtà e riuscire a sopportarla. Quando non gli concedevano carta e matita lui, che era un poeta, usava il suo sangue per scrivere sulle pareti della cella. E riuscì a mantenere il suo senso di umanità stabilendo un contatto con l’unico interlocutore possibile, uno scarafaggio a cui diede il nome Dalì. Chi mai penserebbe di dare un nome a uno scarafaggio? Eppure quando lessi il libro mi sembrò la cosa più ragionevole e naturale che Alekos potesse fare. Stava creando un legame, stava cercando e dandosi un senso.

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Alekos Panagulis

Tuttavia non c’è bisogno di ipotizzare situazioni così estreme per riuscire a immaginare quanto sia necessario, in molte circostanze, avere quella che può essere considerata una via di fuga.
Se, più nolenti che volenti, ci si ritrova in un sistema che stritola ci deve essere una parte di sè – fatta di interessi, di risorse, di affetti, di stima e di autostima – che permetta di dire “Per quanto male possiate farmi, non mi avrete mai”.
Se viviamo una situazione lavorativa frustrante, se siamo invischiati in relazioni ambigue o assillanti, se a un certo punto ci sembra che qualcuno o qualcosa ci stia rubando in tutto o in parte la nostra vita e noi sul momento non possiamo fare nulla di concreto per cambiare le cose, coltivare una passione può salvarci, può farci davvero credere che esista una no man’s land in cui nessuno, oltre a noi, ha potere di decisione e influenza. Può trattarsi di qualunque cosa, purché ci dia piacere e ci faccia sentire che, in quel luogo e in quel momento stiamo davvero bene: leggere, praticare una forma d’arte o un talento, lavorare a maglia, fare modellismo, arrampicarsi o, al contrario buttarsi giù da grandi altezze con un paracadute, qualsiasi cosa che sentiamo di amare e che ci manca se non la esercitiamo, esattamente come quando si è lontani dall’innamorato. Per me è scrivere, scrivere per il gusto di farlo. Oggi posso dire senza mezzi termini che scrivere mi ha salvato la vita.
Tutti abbiamo un talento, una predisposizione, una voglia, una necessità. E spesso si tratta di cose che sono molto meno inaccessibili di quanto immaginiamo. Spesso si tratta soltanto di dare forza ai nostri desideri, piuttosto che alle nostre remore e alle nostre paure.

STEVE JOBS

Steve Jobs

A questo punto  diventa quasi d’obbligo ricordare Steve Jobs, citando alcuni stralci significativi del suo famosissimo discorso ai neolaureati di Stanford, nel giugno del 2005:
“Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa…
… Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate…
… Stay hungry. Stay foolish.”

 

Siate affamati. Siate folli. Questo non ve lo può rubare nessuno.

Fiore di fico d’india

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“Avrei dovuto coltivarti”, disse lei.
“Ma non sono una pianta”, rispose lui.
“Lo sei, sei un fiore di fico d’india. Avrei dovuto coltivarti e maneggiarti con cura”.

Non c’è disaccordo nel cielo

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Chi mi conosce ormai sa fin troppo bene quanto io straveda per Vinicio Capossela, soprattutto per quello un po’ più datato. Il fatto è che io considero Capossela un po’ come una cornice concentrica. Nel suo essere artista poliedrico, eclettico, vulcanico e raffinatamente colto, risuona la traccia di numerose citazioni più o meno evidenti, riviste, rivisitate e rielaborate nel suo personalissimo stile. Per me è come un filo a spirale che seguo di riferimento in riferimento, è come un bussare alle persiane di visioni, per dirla pescando sempre da lui e dalle sue parole, in questo caso quelle di Camera a sud. È un richiamo a culture e suggestioni di un più o meno recente passato che si mescolano, raccontandoci che dall’insieme delle parti migliori delle differenze nasce sempre qualcosa di buono.
E allora sono in tanti a essere scomodati e riportati in veste nuova al tempo presente, da Oscar Wilde a Herman Melville, da Joseph Conrad a Luis-Fredinand Cèline, da Omero a Dante.
In Non c’è disaccordo nel cielo (Da solo, 2008) non c’è soltanto un riferimento o una citazione, ma la vera e propria riproposizione della parte musicale e della sostanza del testo di un inno del 1914, There’s no disappointment in Heaven di Frederick Martin Lehman.

Non c’è disaccordo nel cielo
né nuvole gonfie o mistero
né pacchi né stupri né soglie
né stanze svuotate d’addio

Solo tutte le lacrime avute
quando siamo stati migliori
e la grazia e l’oscuro segreto
ci scrosta nell’oscurità
A volte non vedo nel cielo
che nuvole gonfie e mistero
e salendo nel vapore leggero
altro non vedo e non so
Né anime bianche né salmi
che cantino gloria con noi
né vecchi compagni né amanti
che dividano il cielo con noi

Così resto solo col cielo
e altro non vedo e non so
ma se tutto è nascosto nel cielo
al cielo io ritornerò

Nella traduzione di Capossela la sacralità del testo si è trasformata in una sorta di bellissima, struggente  preghiera laica, in cui il cielo, che tutto vede e tutto accoglie, diventa il contenitore infinito e ultimo della nostra esistenza. E, già per ciò solo, immensa consolazione.
Ecco, questa è una canzone che ha il potere di farmi riconciliare con il mondo. Anche quando la giornata non è andata esattamente come avrei voluto, quando la miseria umana sembra prendermi a pugni e imbrattarmi di lordura pouzzolente, mi ricordo di questo testo e il cielo di Capossela mi viene in aiuto. Non è soltanto il cielo che sarà disposto ad accoglierci in una dimensione senza dolori o minacce quando non ci saremo più, in contrapposizione alla vita che sa essere anche piuttosto meschina. È il cielo che ogni giorno è già e sempre sopra di noi, noi che siamo qui vivi e vegeti e che spesso dimentichiamo di alzare gli occhi e, di fronte a tanto infinito, ridimensionare le nostre umane vicende.
Se siamo anime vaganti, abbiamo forse perso la capacità di guardare in alto e di guardarci intorno, e fare del nostro vagare – che può significare incontro, scambio, condivisione e contaminazione  – pura ricchezza. Potremmo essere più ricchi, se solo non ci scrutassimo in cagnesco  aspettandoci principalmente il peggio l’uno  dall’altro, se solo ci ricordassimo che abbiamo in comune un’epoca, nella quale ci è capitato di nascere, e poco più.  Se è un caso il condividere gli stessi anni, non è un caso rendere questi anni un piccolo o grande inferno. Questo dipende da noi.
Il cielo di Capossela è dunque il cielo che mi piace, anche con le nuvole gonfie e il mistero, è il cielo che mi dice che non c’è disaccordo in me.  Non è disimpegno o disinteresse per ciò che accade nel mondo, più o meno vicino. È semplicemente voglia e necessità di armonia. E lo sa il cielo quanto un po’ di armonia in più farebbe bene a tutti quanti.
Per ora questo può bastare.
Altro non vedo e non so.

Uno strano concetto di beatitudine

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camille claudel - La fortune

Camille Claudel – La fortune, 1902, 1905

Quando, ormai tanti anni  fa, mi ritrovai in ospedale per un nodulo al seno che si riteneva benigno, feci un incontro che non ho mai dimenticato e che mi servì per cambiare quasi definitivamente una modalità di pensiero che fino ad allora mi aveva contraddistinto. C’era un intervento programmato, io mi ero presentata con animo sereno per quello che si prospettava come un taglietto da niente. Ad aspettare assieme a me che si definissero le procedure per il ricovero c’era una donna di mezza età, l’aria sciupata e lo sguardo triste. Raccontò che quello a cui si doveva sottoporre era il secondo intervento per un tumore al seno, poiché il primo, effettutato presso una clinica privata, era stato fatto male e aveva causato più danni che altro. Provai una gran pena per quella donna. Il cancro era allora per me la malattia che non perdona, la sola parola indicava una condanna a morte certa. Di conseguenza, con gli occhi del pregiudizio, vidi lei spacciata mentre io mi specchiai nelle parole di Lucrezio nel De rerum natura:

È dolce, quando i venti sconvolgono le distese del vasto mare
guardare da terra il grande travaglio di altri;
non perché l’altrui  tormento procuri giocondo diletto,
bensì perché t’allieta vedere da quali affanni sei immune.

 

Seaham-Harbour-contea-di-Durham- dal web

Beata me, pensavo.
E pensando sbagliavo.
Mi svegliai dall’intervento con la diagnosi di un cancro tanto nascosto quanto traditore, che avrebbe determinato un calvario dal quale sono uscita viva, per mia fortuna, ma con ferite da campo di battaglia. Dopo avere superato la sorpresa e lo sgomento, ripensai a quella donna e al mio sentimento di compianto, quando ancora non sapevo che io ero già da compiangere, almeno tanto quanto lei.
Da allora considero la beatitudine un concetto estremamente relativo, tanto quanto l’invidia che ne può derivare, anche quella considerata benevola. Niente dura per sempre, la buona come la cattiva sorte. E la buona sorte altrui non va vissuta con sentimenti di invidia o gelosia, perchè nessuno può mai dire che cosa ci riserva il futuro, e quanto o quando le rive calme di chi viene considerato beato possano essere sommerse da travagli.

Giotto - Invidia

Giotto – Invidia, 1306 circa

Mi fermo a fare queste considerazioni anche perchè il  “Beata tu” è stata una presenza costante nella mia vita, essendo una locuzione usata quasi per abitudine da una persona che conosco praticamente da sempre.
“Beata tu…”
Parole dette un po’ strascicando, con una cantilena che ne accentua il significato, consegnando loro una pregnanza che altrimenti non avrebbero. Il commento può anche essere seguito da un “Io invece…” espresso con aria di rammarico per tutto ciò che l’altro vorrebbe fare o avere di similare e che invece non fa o non ha. L’aggiunta non è automatica, ma bastano già le prime due parole “Beata tu…” a resuscitare in me un senso di fastidio che viene da molto lontano. 
Senza scomodare le beatitudini evangeliche, bisogna forse fermarsi a considerare che lo stato di beatitudine va in qualche modo conquistato, piuttosto che aspettarlo come un colpo di fortuna appetibile e agognato, e quindi per alcuni invidiabile. 
A me, che mi sono sentita beata e non lo ero, adesso piace esserlo senza sentirmici.
Questo tipo di beatitudine, esattamente come la felicità, è un attimo ed è strettamente personale, è contentezza per qualcosa che ci capita ma anche per ciò che realizziamo e che ci rende fieri. Non è invidiabile. Tutt’al più augurabile, quando si vuole veramente bene.

 

El pintor y sus toros

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Ce Smile – El Pintor y sus toros, Ridyn/Books, 2019

La storia che sto per raccontare prende le mosse da lontano, in senso sia temporale che spaziale. È la storia di due mondi che ho scoperto in parte paralleli, con un denominatore comune che si chiama passione. È una storia strana, fatta di sorprese, di piacevoli emozioni, di circostanze particolari, di viaggi e di premonizioni, e di amore. E’ una storia che unisce l’Italia all’Argentina, e che io sconoscevo fino a pochi mesi fa.
Nel febbraio del 2016 è uscito per Città del Sole Edizioni il mio libro Di Schiena – Jeanne Hébuterne Senza Modigliani.
La figura dell’ultima compagna del pittore – anche lei pittrice e morta suicida a due giorni di distanza da lui – aveva cominciato ad appassionarmi già da qualche anno fino a diventare fonte di studi continui e infine un libro, in cui ho cercato di raccontare le sua breve vita da un punto di vista particolare. Solo alla fine di numerose ricerche e dopo la stesura e pubblicazione del libro, ho deciso di andare a Parigi, a ripercorre le orme della piccola e sfortunata Jeannette. In quella circostanza Cristina, la mia più cara amica e affettuosa compagna anche in questa avventura, volle abbandonare una copia del libro su una panchina dei Giardini del Lussemburgo – luogo che la Hébuterne nella sua giovinezza attraversava ogni giorno – quasi per lasciare un segno, come un messaggio in una bottiglia.  Tante volte, scherzando, abbiamo poi immaginato che qualcuno un giorno avrebbe magari bussato a una delle nostre porte per parlarci di Jeanne.
In realtà non abbiamo mai conosciuto il destino del libro lasciato andare, ma davvero qualcuno ha bussato, prendendo una strada diversa.
Lo scorso mese di settembre sono stata contattata su Instragram da una ragazza argentina. In quella circostanza ho scoperto che la giovane donna già un anno prima mi aveva mandato un messaggio privato, che io – come sempre incostante e distratta sui social – non avevo visto.
Lei è Ce Smile, al secolo Maria Cecilia Contarino, è psicologa e fotografa e mi ha contattato per dirmi che il mio libro è stato fonte di ispirazione per la stesura del suo, El pintor y sus toros. Ho così scoperto che, mentre io in questa parte di mondo mi intrattenevo nelle mie consuete vicende, in un posto lontanissimo qualcuno stava scrivendo di me nell’introduzione del suo testo. È stato un dono, che è diventato ancora più grande quando Ce Smile ha voluto inviarmi una copia della sua opera. Il libro ha viaggiato da Buenos Aires alla Sicilia per più di un mese fino a quando, finalmente, è giunto tra le mie mani. Mi sono cimentata nella traduzione, aiutandomi ovviamente con Google translate, ma scoprendo, tra le altre cose, che alla fine lo spagnolo non è poi così difficile da comprendere.

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E tuttavia, più di ogni altra cosa, ho scoperto Diego. Diego Gonzalez, chitarrista e pittore, racconta a Ce Smile la sua vita e il suo incontro con i tori, che incontro non è, trattandosi piuttosto di acquisizione della consapevolezza di qualcosa che c’è sempre stato.
Se dovessi descrivere con due soli termini ciò che mi ha suscitato il libro nella sua interezza – parole scritte, dipinti, fotografie –  userei innanzitutto il termine forza.

Ovviamente la forza dei tori, indomiti ma in qualche modo teneri, e la forza delle loro madri, nutrici e protettive.
Ma leggendo ho in parte ritrovato la storia della mia stessa vita e della forza che l’ha accompagnata: un evento drammatico riguardante la propria salute, la determinazione nella risalita e la conseguente rinascita con lo sviluppo di una passione nuova ma antica. Qualcosa che assume la forza e l’irruenza di un’ossessione, di quelle belle, di quelle che ti monopolizzano i pensieri e ti fanno sentire la vitalità dei giorni. Questo è stata per me Serafina prima e Jeanne Hèbuterne poi, questo sono i tori per Diego Gonzalez. Meravigliosi strumenti per tradurre in creatività qualcosa che si è certi di avere dentro.
Infine la forza del viaggio, per me  e Cristina a Parigi e per Diego e Cecilia in Andalusia, a Gerena e Siviglia: viaggio affrontato con la volontà ferrea di visitare luoghi non tanto per scoprirli quanto per ottenere conferme di qualcosa che si sapeva già, una sorta di premonizione, per riprendere un termine che Diego Gonzalez usa nel libro.
L’altra parola che emerge spontanea è colore. El pintor y sus toros è una tempesta di colori, il viola che acquista un significato molto particolare insieme a quelli caldi della Spagna, tanto che  anche le foto in bianco e nero di Ce smile sembrano integrarsi con le altre e soprattutto con i dipinti di Diego; tra l’altro chi volesse avere una diretta conoscenza della produzione del pittore  può trovare qui  il catalogo.

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Opera di Diego Gonzalez

Il libro però contiene riflessioni su tanto altro: il peso delle esperienze infantili, i rapporti interpersonali, il modo di essere e di porsi e il concetto di amore –  per il proprio compagno, per la propria arte, per la vita in genere – che ritengo sia il messaggio intrinseco che attraversa l’intero testo.
Da brava psicologa, Cecilia è riuscita a tessere le fila della storia di quello che è anche il suo compagno di vita ricostruendo i nessi e i rapporti di causa ed effetto e mantenendo sempre uno sguardo e un tocco lievi, che sanno essere carichi di passione ma anche dolci e sereni come il suo sorriso.
Del resto quello smile del suo nome d’arte mi sembra quasi una dichiarazione d’intenti e, assieme alle circostanze che ci hanno fatto incontrare, mi fa dire, una volta tanto, che la vita sa essere meravigliosa.

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